ANCORA RIFLESSIONI SULLE PROTESTE DELLA MATURITÀ

Sui casi di Gianmaria, Maddalena e degli altri, in questi giorni ho letto tante posizioni, anche contrastanti. Il gesto degli studenti ha generato indignazione, e questo ha sbloccato il dibattito e il dialogo.
Quindi – punto numero 1 – almeno su questo fronte, l’atto di protesta ha raggiunto il suo scopo.

Bisogna dire che molti hanno preso lucciole per lanterne e sono andati fuori tema, come studenti inesperti alla prima prova scritta di maturità, per l’appunto.
Quindi – punto numero 2 – purtroppo dobbiamo prendere atto che tanti non sanno davvero di cosa si stia parlando: non conoscono il disagio dei ragazzi, né quello della scuola di oggi.

Molti hanno ridotto la questione a un semplice: “non hanno voglia di studiare”, “fanno i furbi”, “non sanno affrontare le difficoltà”.
Le scienze della comunicazione – punto numero 3 – ci insegnano che quando scivoliamo nella generalizzazione, stiamo smettendo di fare una buona analisi del problema. E così finiamo per trarre conclusioni affrettate, poco utili e poco risolutive.

La questione è complessa, e capisco che sia difficile da inquadrare per chi non la vive dall’interno.

Ma se vogliamo essere dei buoni Adulti, se vogliamo essere davvero un esempio per i nostri ragazzi, forse prima di lanciare strali o trarre conclusioni dogmatiche – che ci fanno sentire tanto forti nel nostro arroccamento generazionale – potremmo provare a leggere meglio la traccia e ad analizzare i testi di riferimento che ci sono stati offerti.
Proprio come insegniamo a fare ai ragazzi che si apprestano a comporre il loro tema di maturità.

Si sono scritte molte cose in questi giorni. Io ne ho lette diverse: alcune in linea con la mia posizione, altre più distanti, ma che mi hanno aiutato a comprendere punti di vista diversi dal mio.
Tesi e antitesi, come mi insegnava la mia professoressa di lettere al liceo, quando ci spiegava come si scrive un “testo argomentativo”.

E – onestamente – ci sono buoni spunti da entrambe le parti.

Partiamo da un punto: condivido la posizione di Enrico Galiano, insegnante e scrittore: «Non dico che Gianmaria abbia ragione in tutto: dico che ha sollevato un tema che vale la pena discutere. Se ci fermiamo alla forma del gesto e lo bolliamo come “sciocco” o “da buffone”, perdiamo l’occasione di interrogarci sul disagio reale che lo ha generato».

 Si può essere d’accordo o meno sulle modalità – giuste o sbagliate che siano – ma un atto di protesta resta la manifestazione di un disagio.
E di proteste bollate negativamente ma capaci di sollevare interrogativi, ce ne sono state parecchie anche da parte delle generazioni precedenti.

Ora, è vero che le nuove generazioni presentano alcune fragilità.
Pur cercando di non generalizzare, è innegabile che oggi esista un problema di tolleranza della frustrazione, delle regole, dei limiti.

E – come giustamente dice il professor Schettini – «La scuola è una comunità con delle regole. Nella vita ci si confronta con tante cose».

È lecito domandarsi: che ne sarà di questi ragazzi? Riusciranno a farsi strada nella vita se non tollerano un professore arrogante? Come faranno quando si troveranno davanti alle vere frustrazioni del mondo adulto – nel lavoro, nella società, nelle relazioni affettive?

Concordo, me lo chiedo anch’io.

E quando vado nelle classi delle scuole con cui collaboro come psicologo scolastico, parlo anche di questo ai ragazzi.

 Ma prima li ascolto. Cerco di comprendere il loro disagio, li faccio sentire visti e considerati.
Perché, in fondo, cos’è un atto di protesta se non il gesto estremo di chi non si sente visto?

Forse è proprio qui il cuore della questione.

C’è un grande bisogno di essere visti. Negli studenti, che denunciano una scuola tritacarne, che li vuole solo competitivi. E negli insegnanti, che da anni scivolano sempre più nella stanchezza e nell’esaurimento professionale, schiacciati dalla burocrazia, spesso sfiniti, o – peggio ancora – incattiviti, intrappolati nella guerra tra poveri.
Tra colleghi, tra insegnanti e genitori, o peggio ancora tra insegnanti e studenti.

 Un’ultima domanda. Questi ragazzi sono stati definiti “superficiali” e “furbetti” da alcune commissioni d’esame, dal Ministro Valditara, da molte testate giornalistiche.

Premesso che di “furbetti”, tra i ragazzi (ma non solo), ce ne sono – è vero – ma siete sicuri che questi ragazzi lo siano davvero?
Prima di giudicare il gesto, le avete lette le loro parole?

Io sì. Le ho lette.
E non mi sembrano le parole di un “furbetto” senza contenuti.

 Vi cito Gianmaria Favaretto, poi ognuno tiri le proprie conclusioni:

 «Non mi sarei mai aspettato tutto questo, anche perché non sono certo stato il primo a rifiutare l’orale di maturità: già tre ragazze a Venezia lo avevano fatto lo scorso anno».

In merito alle parole di Valditara: «Sono senza parole. Non c’è alcun dialogo con gli studenti. Credo che un problema, che evidentemente esiste, si possa provare a risolvere in due modi: o con il dialogo, oppure con la forza. E quella del ministro mi sembra una risposta violenta, per cui sono molto dispiaciuto».

«Temo che la mia decisione sia stata travisata, anche a causa di alcuni pregiudizi. Mi è dispiaciuto che la preside del mio istituto mi abbia “bollato” come uno sfaticato. Credo che ciascuno debba sempre mettersi in discussione. Sono deluso da chi dovrebbe guidarci, dagli adulti, e dal fatto che la scuola sia ormai diventata un luogo in cui si trasmettono solo nozioni. C’è molto su cui riflettere».

«Esiste una competizione sana, tra pari che si stimano a vicenda. La trovi nello sport, ad esempio. Io gioco a rugby da molti anni e durante gli allenamenti la competizione è presente, ma può essere fruttuosa. A scuola, invece, vedevo un tipo di competizione che in qualche modo tendeva a isolare le persone, a farle sentire sole più che a sostenerle.

Agli obiettivi si dovrebbe arrivare insieme. Invece, in questi anni, mi è sembrato che i miei compagni venissero ridotti ai loro voti, e che quei voti diventassero un pretesto, per chi andava meglio, per sentirsi superiore e screditare gli altri.

Se questo accade, è perché il sistema ci spinge in quella direzione. È ciò che ci viene insegnato».

Filippo Mantelli – psicologo psicoterapeuta formatore

Psicologo, psichiatra, psicoterapeuta

Qual è la differenza tra psicologo, psichiatra e psicoterapeuta?

Forse è capitato anche a te di sentirti confuso sentendo questi nomi.

Nel mio lavoro mi capita spesso di sentire usare in modo inadeguato queste terminologie, perciò oggi voglio aiutarti a fare chiarezza in modo che tu sappia  a quale figura rivolgerti nel caso in cui tu ne abbia bisogno.

Cominciamo con lo psicologo.

Lo psicologo è un professionista laureato in Psicologia. Ha conseguito una laurea triennale e una laurea magistrale di altri due anni. Attualmente è previsto di completare il percorso con un anno di tirocinio per potersi iscrivere all’albo degli psicologi.

Uno psicologo abilitato e iscritto all’ordine si occupa solitamente di clinica, si occupa cioè di pazienti che si trovano in difficoltà. Fa con loro dei colloqui, e qualora ce ne sia bisogno somministra test e questionari per formulare delle diagnosi.

Ci sono anche psicologi che si occupano di altre aree.

Alcuni psicologi operano nel settore educativo, altri si occupano di psicologia del lavoro, gestendo le risorse umane e la formazione aziendale, altri ancora si specializzano nel settore neuroscienze e scelgono di lavorare nella ricerca.

La principale area rimane comunque quella della consulenza. Allo psicologo quindi ti puoi rivolgere se ti trovi a gestire una situazione difficile e se si tratta un problema legato al qui e ora, alla quotidianità, con lui potrai fare un breve percorso di pochi incontri per capire come affrontarlo.

Molto diversa è la figura dello psichiatra.

Lo psichiatra è un medico e come tale si occupa di tutto ciò che è competenza medica.

Ha conseguito la laurea di sei anni in medicina e si è poi specializzato per cinque anni in psichiatria.

La differenza sostanziale tra queste figure è lo sguardo rispetto al problema.

Lo Psicologo guarda agli aspetti emotivi e cognitivi del disturbo mentale, lo Psichiatra si occupa di disturbi mentali a carico del sistema fisico dell’essere umano.

Le conseguenze sul lato pratico sono notevoli: lo Psichiatra richiede e valuta esami medici ed è l’unica di queste figure autorizzata a prescrivere farmaci.

Deve essere cura dello psichiatra spiegarti le modalità d’uso del farmaco, i suoi possibili effetti collaterali e le eventuali controindicazioni. È a lui che devi rivolgerti se non senti gli effetti sperati dall’assunzione del medicinale.

In base a quanto ti ho detto finora puoi immaginare che lo psichiatra non sarà la figura ideale a cui rivolgerti se hai un semplice problema legato al quotidiano, come un lutto da elaborare o il dolore per la fine di una relazione di coppia.

Infine, lo psicoterapeuta è uno psicologo o un medico che ha deciso di proseguire gli studi con una scuola di specializzazione di quattro anni in psicoterapia.

Lo psicoterapeuta ha la possibilità di procedere quindi alla diagnosi e impostare un piano di trattamento anche a lungo termine, a differenza dello psicologo.

Allo Psicoterapeuta ti puoi rivolgere per qualsiasi problema legato al qui e ora, ma anche per un problema di tipo psicopatologico, come attacchi di panico, depressione o disturbi di personalità, in quanto ha la formazione e l’esperienza necessaria per agire su problematiche francamente patologiche.

C’è una cosa importante che voglio sottolineare… non è soltanto questione di tecniche da acquisire ma anche di esperienza professionale e personale: lo psicoterapeuta è l’unica di queste figure che ha l’obbligo formativo di sottoporsi personalmente ad un percorso di psicoterapia come paziente.

P.A.S. (Persone Altamente Sensibili)

Qualche giorno fa ho condiviso un post dedicato alle cosiddette persone altamente sensibili. Di lì a poco molte persone mi hanno scritto, dicendomi di essersi identificate. Questa cosa mi ha colpito per cui ho pensato di realizzare questo video.

Clicca sull’immagine per vedere il video

• Sei perfezionista?

• La tua intelligenza è molto intuitiva?

• Ti vedi come una persona molto emotiva, ansiosa o impulsiva?

• Se la tua mente formula un pensiero fastidioso, ne rimani disturbato a lungo e fatichi ad allontanarlo?

• Tendi a sentirti nudo, scoperto, senza guscio al punto da faticare anche nelle relazioni sociali?

Se hai risposto si a queste domande molto probabilmente rientri nella categoria delle persone ipersensibili.

Chiariamo subito che non hai nulla di cui preoccuparti.

1. Non è una malattia. È semplicemente un’etichetta della psicologia ma non rientra in nessun manuale diagnostico.

2. Sei in buona compagnia! Anche io mi sono riconosciuto in questa etichetta agli inizi del mio percorso terapeutico personale.

Può essere un bel problema, questo sì.

L’ipersensibilità porta con se una grande capacità di connessione emotiva, che è sicuramente una risorsa ma rappresenta anche una sfida: quella di non farsi travolgere dall empatia, incanalandola in una direzione costruttiva.

L’altro grande problema per queste persone è che gli altri non percepiscono le cose nello stesso modo. Per la maggior parte delle persone ti starai solo preoccupando eccessivamente, oppure ti starai rovinando la serenità per cose stupide.

In parte hanno ragione. Il problema è che non capiscono che tu non scegli di vivere così, semplicemente non puoi farne a meno, o quantomeno a te costa molta fatica ignorare certe percezioni.

Sarà quindi importante lavorare su te stesso per imparare a dominare questa ipersensibilità. Forse ci vorrà tutta la vita ma ne vale la pena.

Ricorda che è anche un dono, se impari a gestirlo.

A molte persone fa comodo ignorare le proprie emozioni e vivere superficialmente, pensano che si viva meglio. Tu sai che alla lunga ne pagheranno le conseguenze, perciò scegli di vivere diversamente.

18 regole sull’uso di iPhone

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Janell Burley Hofmann vive a Cape Code (Massachusetts, Stati Uniti) con marito e cinque figli. Si occupa di programmi per migliorare i rapporti famigliari e tiene un proprio blog personale, i cui post sono anche pubblicati sullo Huffington Post. Per Natale ha deciso di regalare un iPhone al figlio tredicenne Gregory. Il regalo però era accompagnato da un vero e proprio contratto di 18 punti che il figlio ha dovuto sottoscrivere per ricevere e potere utilizzare lo smartphone.

La lettera, scritta in modo simile ai veri contratti di licenza d’uso di Apple, contiene alcuni punti piuttosto severi e tassativi (gli orari di utilizzo, la consegna notturna ai genitori, il divieto di cercare contenuti porno), ma è per il resto un invito a usare il nuovo telefono in modo responsabile e intelligente, senza dipendenza.

Perché non seguirne le orme e stipulare anche voi un contratto al momento del regalo del primo smartphone a vostro figlio?

 

Caro Gregory,

 

Buon Natale! Sei ora il fiero possessore di un iPhone. Accidenti! Sei un ragazzo di 13 anni bravo e responsabile e ti meriti questo regalo. Ma il regalo comprende alcune regole. Leggi bene il seguente contratto. Spero tu capisca che il mio compito è crescerti in modo che tu possa diventare un uomo sano ed equilibrato, che sa stare al mondo e coesistere con la tecnologia, ma non esserne dominato. Se non rispetterai queste regole metterò fine alla tua condizione di proprietario del telefono.

Ti voglio bene e non vedo l’ora di scambiare con te milioni di messaggi nei giorni a venire.

1. Il telefono è mio. L’ho comprato io. L’ho pagato io. In sostanza te lo sto prestando. Sono la migliore o no?

2. Saprò sempre la password.

3. Se suona, rispondi. È un telefono. Di’ “ciao”, sii educato. Non provare mai a ignorare una telefonata se sullo schermo vedi scritto “Mamma” o “Papà”. MAI.

4. Consegna prontamente il telefono a uno dei tuoi genitori alle ore 19.30 dei giorni di scuola e alle ore 21.00 nei fine settimana. Verrà spento per la notte e riacceso alle 7.30 del mattino. Se c’è un momento in cui non ti verrebbe da chiamare qualcuno sul suo telefono fisso perché temi che potrebbero rispondere i suoi genitori, allora non chiamare o non scrivere messaggi. Dai retta all’istinto e rispetta le altre famiglie, come noi vorremmo essere rispettati.

5. Il telefono non viene a scuola con te. Parlaci un po’ con le persone a cui normalmente mandi messaggi. Fa parte delle cose che si devono imparare nella vita. *Sui giorni in cui esci prima da scuola o i giorni di gita è necessaria una valutazione caso per caso.

6. Se il telefono cade nella tazza del water, va in pezzi cadendo a terra o svanisce nel nulla, sei responsabile del costo di sostituzione o riparazione. Taglia l’erba, fai il babysitter, metti da parte i soldi che ti regalano al compleanno. Se succede devi essere pronto.

7. Non usare la tecnologia per mentire, deridere o ingannare un altro essere umano. Non farti coinvolgere in conversazioni che possono fare del male a qualcun altro. Sii un buon amico e non ti mettere nei guai.

8. Non scrivere in un messaggio o una mail qualcosa che non diresti di persona.

9. Non scrivere in un messaggio o in una mail qualcosa che non diresti in presenza dei tuoi genitori. Cerca di censurarti, stacci attento.

10. Niente porno. Cerca sul web contenuti di cui parleresti anche con me. Se hai domande rispetto a qualsiasi cosa, chiedi a una persona – preferibilmente a me o a papà.

11. Spegnilo, rendilo silenzioso, mettilo via quando sei in pubblico. Specialmente al ristorante, al cinema e mentre parli con un altro essere umano. Non sei una persona maleducata, non permettere all’iPhone di trasformarti.

12. Non inviare e non chiedere foto delle tue parti intime o di quelle di qualcun altro. Non ridere. Un giorno sarai tentato di farlo, a dispetto della tua intelligenza. È rischioso e potrebbe rovinare la tua vita al liceo, all’università, della tua età adulta. Il cyberspazio è vasto e più potente di te. Ed è difficile far sparire le cose da questo spazio, inclusa una cattiva reputazione.

13. Non fare miliardi di foto e video. Non c’è bisogno di documentare tutto. Vivi le tue esperienze, rimarranno nella tua memoria per sempre.

14. Lascia il telefono a casa, qualche volta, e sentiti sicuro di questa decisione. Non è vivo e non è una tua estensione. Impara a fare senza. Sii più grande e potente della PDPQ, la paura di perdersi qualcosa.

15. Scarica musica nuova o classica o diversa da quella che ascoltano milioni di tuoi coetanei. La tua generazione ha un accesso alla musica senza precedenti nella storia. Approfittane, espandi i tuoi orizzonti.

16. Gioca a qualche gioco di parole o di logica che stimoli la tua mente, ogni tanto.

17. Tieni gli occhi aperti. Guarda cosa succede intorno a te. Guarda fuori dalla finestra. Ascolta il canto degli uccellini. Fai una passeggiata, parla con uno sconosciuto, fai lavorare la tua immaginazione senza Google.

18. Farai qualche casino. Ti ritirerò il telefono. Ci metteremo seduti e ne parleremo. Ricominceremo da capo. Io e te continuiamo a imparare cose nuove, giorno per giorno. Io sono dalla tua parte, sono nella tua squadra. Siamo insieme in questo.

Spero che tu possa essere d’accordo su questi punti. Molte delle “lezioni” che fanno parte della lista non si applicano soltanto all’iPhone, ma anche alla vita.

Stai crescendo in un mondo in continuo e veloce cambiamento. È eccitante e seducente. Tu cerca di non complicare le cose, ogni volta che puoi. Fidati della tua testa e del tuo grande cuore, più che di ogni apparecchio. Ti voglio bene. Goditi il tuo nuovo favoloso iPhone.

Buon Natale!

xoxoxo
Mamma

Basterebbe una carezza

Questa immagine mi ha profondamente commosso.

Sarà che sono sensibile in questi giorni, sarà che mi sto domandando se ci sia qualcosa che nel mio piccolo posso fare per alleviare le ferite di un’umanità allo sbando.

Come si fa a rimanere insensibili di fronte alla sofferenza di un nostro fratello o sorella?

Sì, possiamo pensare che l’accoglienza incondizionata non sia la soluzione magica del fenomeno migratorio, possiamo pensare che è necessario trovare soluzioni alternative.

Ma come si fa a dimenticare che questi sono comunque esseri umani con un passato doloroso, come il nostro o forse ancora di più?

Quanto pelo sulla stomaco bisogna avere per sparare un idrante in pieno viso a una donna, senza sentirsi morire per aver ferito e umiliato un altro essere umano?

Come si può essere così incattiviti da dimenticare che siamo tutti fratelli, tutti in cammino su questa terra, tutti in cerca di felicità, tutti bisognosi di una carezza e di un abbraccio?

Certo, le soluzioni politiche vanno trovate, i problemi sociali vanno affrontati con serietà e ragionevolezza, non con il buonismo.

Ma davvero ragione e anima non si possono conciliare?

Davvero non possiamo usare la testa e nel frattempo amare chi ci sta di fronte?

Grazie sconosciuto poliziotto.

Grazie perché con questo gesto mi fai scendere una lacrima di commozione e mi riaccendi la speranza in un’umanità che si ricorda di avere un cuore al centro del petto.

Willy Wonka e gli stili genitoriali

Recentemente sono stato invitato ad organizzare un ciclo di serate per genitori all’interno di una scuola. Durante gli incontri una mamma, timidamente, mi segnalava quanto ci sarebbe bisogno di occasioni di confronto tra professionisti e genitori. “Quanto sarebbe bello se ci fossero incontri così… una specie di scuola per genitori!”

Sarebbe davvero bello, perché il mestiere del genitore non è certo tra i più semplici. È una gioia per tutti quando facciamo per la prima volta la conoscenza del nostro piccolo, eppure ben presto ci accorgiamo che aiutarlo a crescere non è sempre una questione di “spontaneità”.

Capiamo così, col passare dei mesi e degli anni, che “non si nasce genitori” e che per svolgere questo importante compito occorre mettersi in gioco e imparare.

Tra le tante teorie che gli psicologi e i pedagogisti hanno elaborato nel corso degli anni, ce n’è una che trovo particolarmente importante e che segnalo sempre ai genitori che seguo, per avere una traiettoria da seguire nel difficile compito educativo.

Si tratta della teoria degli stili genitoriali, proposta da Diana Baumrind negli anni ’70.

Con “stile genitoriale” intendiamo la modalità educativa, ovvero gli atteggiamenti, l’approccio, i gesti e i comportamenti che ciascun genitore mette in atto nello svolgere il proprio ruolo educativo. Tale modalità è naturalmente il risultato di un mix tra:

  • la nostra personalità
  • gli stili che abbiamo osservato nei nostri genitori
  • i comportamenti che ci saremmo aspettati o avremmo desiderato che i nostri genitori avessero quando eravamo bambini
  • ciò che crescendo abbiamo imparato sull’arte dell’essere un buon genitore.

È un mix talmente complesso, che inevitabilmente ciascuno di noi ha il proprio stile personale ed ognuno è diverso dall’altro.
Tuttavia la Baumrind ha osservato come si possano riconoscere quattro stili fondamentali:

  • Negligente
  • Permissivo
  • Autoritario
  • Autorevole
film la fabbrica di cioccolato

Lo stile negligente è caratterizzato dall’assenza sia di un atteggiamento di cura che di controllo. Il bambino è lasciato a se stesso e il genitore abdica al proprio ruolo educativo. Non è attento alle necessità del bambino e non dà un contenimento attraverso le regole e “No” di cui il bambino ha bisogno per crescere in modo sano. Fortunatamente è raro trovare genitori completamente negligenti e, di solito, ciò avviene in contesti socioculturali deficitari.
Per chi ha visto il film “La fabbrica di cioccolato” lo stile negligente è osservabile nei genitori di Augustus, che, come si vede nell’immagine, a malapena osservano il figlio da lontano e lasciano che sia lui stesso a decidere per se stesso come soddisfare le sue necessità, mettendolo in grave pericolo di farsi del male.

Lo stile permissivo, si differenzia dal precedente in quanto è invece molto presente l’aspetto della cura, dell’accudimento, talvolta anche del calore affettivo, ma ugualmente non vengono investite le energie nel contenimento e nell’insegnamento delle regole importanti per il vivere quotidiano.
Non vengono imposti i “no” che invece sono fondamentali per limitare il pensiero egocentrico del bambino e aiutarlo a fare i conti con la realtà, che spesso non ci consente di avere tutto ciò che vogliamo.
Sono così i genitori di Veruca, sempre pronti a soddisfare ogni minimo capriccio della figlia, alimentando così un delirio di onnipotenza che le costerà molto caro.

film la fabbrica di cioccolatoLo stile autoritario è diametralmente opposto a questo. È privo di accudimento, di calore umano, di interesse spontaneo nei confronti del bambino ed è invece rigido sul rispetto delle regole e inflessibile sui “no”.
È altrettanto pericoloso perché non aiuta il bambino a trovare compromessi tra i propri bisogni e la realtà e, soprattutto, è un “amore vuoto”, un amore detto a parole, ma che non trova riscontro a livello emotivo. Il bambino può crescere sentendosi poco importante, con una bassa autostima e senza alcun amore verso se stesso.
È proprio il caso di Willy Wonka, cresciuto con un padre rigido e inflessibile, non cattivo, ma troppo concentrato sul proprio lavoro e incapace di mostrare affetto.

 Infine, vi è lo stile autorevole. Il genitore che utilizza questo stile è in grado sia di mostrare attenzione alle regole, sia di fornire cure amorevoli. È attento ai bisogni del bambino, sa ascoltare con empatia le sue richieste, ma sa anche dire qualche “no” quando è necessario, spiegandone però le ragioni e mostrando dispiacere quando non può esaudire i desideri del figlio. Sa essere fermo sul rispetto di una regola, perché sa che questo aiuterà il bambino ad accettare le regole del “mondo esterno”. Presenta quindi la regola in modo chiaro, spiegandola e ripetendola quando serve, con voce ferma e tranquilla, senza bisogno di gridare o di diventare aggressivo per affermare il proprio potere. Mostra così di avere fiducia nel figlio, infondendo in lui la sicurezza che gli permetterà di credere in se stesso e affrontare con coraggio e tenacia le sfide della vita.

Sono così i genitori del protagonista del film, Charlie. È il loro sguardo amorevole e fiducioso che lo sostiene in ogni difficoltà e che lo porta a realizzare i suoi sogni.

Riflessioni in tempi difficili

​Mi sgorga dal cuore un profondo dolore. Non si può morire così. Non si può uccidere dei bambini, degli anziani, donne incinte. Torturarli e annientarli senza pietà. Non si può.

Ogni giorno, goccia dopo goccia, si allarga il fiume di sangue che fluisce violento fino a noi. Sempre più vicino.

Viviamo in tempo oscuri, di cui è difficile comprendere il senso. Morte e violenza sembrano vincere sulle pagine dei giornali e nella reazioni di rabbia e paura che albergano nei nostri cuori. 

È ancora possibile credere in un mondo migliore? 

Io voglio sperarlo. Io voglio crederlo. E conosco tante persone che vogliono credere in questa speranza come me. 

Giovanni Paolo II, leone della speranza e uomo straordinario per i credenti ma anche per i non credenti, ci ha incoraggiato più volte a non avere paura. A non farci spaventare dall’odio e dalla violenza. 

Come psicologo credo fortemente che dietro all’aggressività e alla violenza si nasconda la fragilità di chi si sente impotente. Forse nemmeno lo sa e mai lo ammetterebbe, ma chi è consapevole del proprio valore e crede in se stesso non uccide e non si uccide.

La sfida è dura per noi. 

La tentazione dell’odio e della paura sono forti. Ma io voglio continuare a credere nel bene,  anche a costo di essere considerato un illuso e un debole. 

Voglio continuare a credere nel buono che si nasconde in un sorriso tra due sguardi che si incrociano, per strada o in fila alle poste. 

Voglio credere nel buono che si cela in una mano sulla spalla di un padre, una madre, un figlio o un amico. 

Voglio credere nel buono del tempo gratuito che ci possiamo donare a vicenda. 

Voglio credere nel Bene che ci possiamo regalare a vicenda rendendo speciale e donato ogni istante del nostro vivere in famiglia, nell’amicizia, nell’amore e nel lavoro.  

Dando senso alle nostre vite e alle nostre relazioni, anche quelle che facciamo più fatica a rasserenare, daremo senso al mondo.

Non stanchiamoci mai di commuoverci per le morti dell’odio. 

Io non mi stancherò mai.

#TeamMamma&Papà: l’importanza della coerenza educativa

​Diciamoci la verità: che mamma e papà vadano sempre d’accordo è un ​miraggio. Le sfide del giorno d’oggi, sono troppe e troppo forti per non destabilizzare l’equilibrio di qualsiasi coppia di genitori. Anche quelli del Mulino Bianco che si svegliano sempre vestiti di tutto punto con fastidiosissimi tacchi a spillo e strettissimi nodi di cravatta.
E poi, la diversità di opinioni non è necessariamente un problema, anzi. Se si impara a “litigare bene” il confronto può diventare non solo arricchente, ma addirittura il vero centro propulsore della famiglia.

Del resto è ormai finito il tempo della società patriarcale. La caduta delle monarchie ottocentesche, le grandi guerre, la rivolta studentesca del 68, gli anni 70, l’immigrazione e il conseguente mescolamento culturale hanno trasformato la nostra società, soprattutto dichiarando morto e sepolto il “modello del padre autoritario“.

Oggi mamma e papà sono alla pari e sono chiamati a sostenersi a vicenda nell’adempimento di tutti i difficili compiti genitoriali: dall’accudimento dei neonati alla gestione dei conti in banca. 

Perciò è importante che mamma e papà giochino come in una squadra: l’uno a fianco all’altra, consapevoli che non vince il singolo, bensì il gruppo.

Nel corso della partita è possibile, anzi probabile, che uno dei giocatori faccia una mossa sbagliata o quantomeno non quella che noi avremmo fatto al suo posto. Ma il tempo del gioco non è quello delle critiche o dei processi alle intenzioni. Finché la palla è in campo, si gioca.

Poi verrà il tempo della moviola. Allora ben vengano i confronti, le critiche costruttive e anche qualche imprecazione rabbiosa, se la scelta dell’altro è costata cara. 

È questo il tempo del confronto, in cui mamma e papà possono manifestare le proprie divergenze. Davanti ai figli, invece, è importante supportarsi a vicenda, riconoscere valore all’altro, non minare la sua autorità e il suo ruolo.

È davvero così essenziale? Facciamo un piccolo test. Come ti senti quando tua moglie o tuo marito ti critica apertamente di fronte ai figli o mette in discussione ciò che hai appena affermato? Frustrazione? Rabbia? Umiliazione?

Ricorda bene questa sensazione quando ti verrà voglia di fare altrettanto con lui o lei. 

La coerenza educativa è davvero importante per i tuoi figli. Verrà un tempo in cui potrete dialogare sulle regole, discutere sull’utilità o meno di un divieto. Ma fino ad allora non mettere tuo figlio nella condizione di dover scegliere tra la tua regola e quella dell’altro genitore. 

Così facendo lo metti di fronte ad un bivio che ha a che fare con ben più che “una regola”. Gli chiedi di scegliere quale genitore ha più ragione. 

In sostanza, a quale genitore vuole più bene.

Buon Natale!

A tutti voi che mi seguite con affetto e che siete amici, pazienti e simpatizzanti, va il mio più caloroso augurio di Buon Natale e felice anno nuovo!
Che sia davvero ricco di sorprese e che vi scaldi il cuore, con il sorriso e la vicinanza delle persone a cui volete bene.

Augurandovi di non avere bisogno di me, naturalmente!

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