
Sui casi di Gianmaria, Maddalena e degli altri, in questi giorni ho letto tante posizioni, anche contrastanti. Il gesto degli studenti ha generato indignazione, e questo ha sbloccato il dibattito e il dialogo.
Quindi – punto numero 1 – almeno su questo fronte, l’atto di protesta ha raggiunto il suo scopo.
Bisogna dire che molti hanno preso lucciole per lanterne e sono andati fuori tema, come studenti inesperti alla prima prova scritta di maturità, per l’appunto.
Quindi – punto numero 2 – purtroppo dobbiamo prendere atto che tanti non sanno davvero di cosa si stia parlando: non conoscono il disagio dei ragazzi, né quello della scuola di oggi.
Molti hanno ridotto la questione a un semplice: “non hanno voglia di studiare”, “fanno i furbi”, “non sanno affrontare le difficoltà”.
Le scienze della comunicazione – punto numero 3 – ci insegnano che quando scivoliamo nella generalizzazione, stiamo smettendo di fare una buona analisi del problema. E così finiamo per trarre conclusioni affrettate, poco utili e poco risolutive.
La questione è complessa, e capisco che sia difficile da inquadrare per chi non la vive dall’interno.
Ma se vogliamo essere dei buoni Adulti, se vogliamo essere davvero un esempio per i nostri ragazzi, forse prima di lanciare strali o trarre conclusioni dogmatiche – che ci fanno sentire tanto forti nel nostro arroccamento generazionale – potremmo provare a leggere meglio la traccia e ad analizzare i testi di riferimento che ci sono stati offerti.
Proprio come insegniamo a fare ai ragazzi che si apprestano a comporre il loro tema di maturità.
Si sono scritte molte cose in questi giorni. Io ne ho lette diverse: alcune in linea con la mia posizione, altre più distanti, ma che mi hanno aiutato a comprendere punti di vista diversi dal mio.
Tesi e antitesi, come mi insegnava la mia professoressa di lettere al liceo, quando ci spiegava come si scrive un “testo argomentativo”.
E – onestamente – ci sono buoni spunti da entrambe le parti.
Partiamo da un punto: condivido la posizione di Enrico Galiano, insegnante e scrittore: «Non dico che Gianmaria abbia ragione in tutto: dico che ha sollevato un tema che vale la pena discutere. Se ci fermiamo alla forma del gesto e lo bolliamo come “sciocco” o “da buffone”, perdiamo l’occasione di interrogarci sul disagio reale che lo ha generato».
Si può essere d’accordo o meno sulle modalità – giuste o sbagliate che siano – ma un atto di protesta resta la manifestazione di un disagio.
E di proteste bollate negativamente ma capaci di sollevare interrogativi, ce ne sono state parecchie anche da parte delle generazioni precedenti.
Ora, è vero che le nuove generazioni presentano alcune fragilità.
Pur cercando di non generalizzare, è innegabile che oggi esista un problema di tolleranza della frustrazione, delle regole, dei limiti.
E – come giustamente dice il professor Schettini – «La scuola è una comunità con delle regole. Nella vita ci si confronta con tante cose».
È lecito domandarsi: che ne sarà di questi ragazzi? Riusciranno a farsi strada nella vita se non tollerano un professore arrogante? Come faranno quando si troveranno davanti alle vere frustrazioni del mondo adulto – nel lavoro, nella società, nelle relazioni affettive?
Concordo, me lo chiedo anch’io.
E quando vado nelle classi delle scuole con cui collaboro come psicologo scolastico, parlo anche di questo ai ragazzi.
Ma prima li ascolto. Cerco di comprendere il loro disagio, li faccio sentire visti e considerati.
Perché, in fondo, cos’è un atto di protesta se non il gesto estremo di chi non si sente visto?
Forse è proprio qui il cuore della questione.
C’è un grande bisogno di essere visti. Negli studenti, che denunciano una scuola tritacarne, che li vuole solo competitivi. E negli insegnanti, che da anni scivolano sempre più nella stanchezza e nell’esaurimento professionale, schiacciati dalla burocrazia, spesso sfiniti, o – peggio ancora – incattiviti, intrappolati nella guerra tra poveri.
Tra colleghi, tra insegnanti e genitori, o peggio ancora tra insegnanti e studenti.
Un’ultima domanda. Questi ragazzi sono stati definiti “superficiali” e “furbetti” da alcune commissioni d’esame, dal Ministro Valditara, da molte testate giornalistiche.
Premesso che di “furbetti”, tra i ragazzi (ma non solo), ce ne sono – è vero – ma siete sicuri che questi ragazzi lo siano davvero?
Prima di giudicare il gesto, le avete lette le loro parole?
Io sì. Le ho lette.
E non mi sembrano le parole di un “furbetto” senza contenuti.
Vi cito Gianmaria Favaretto, poi ognuno tiri le proprie conclusioni:
«Non mi sarei mai aspettato tutto questo, anche perché non sono certo stato il primo a rifiutare l’orale di maturità: già tre ragazze a Venezia lo avevano fatto lo scorso anno».
In merito alle parole di Valditara: «Sono senza parole. Non c’è alcun dialogo con gli studenti. Credo che un problema, che evidentemente esiste, si possa provare a risolvere in due modi: o con il dialogo, oppure con la forza. E quella del ministro mi sembra una risposta violenta, per cui sono molto dispiaciuto».
«Temo che la mia decisione sia stata travisata, anche a causa di alcuni pregiudizi. Mi è dispiaciuto che la preside del mio istituto mi abbia “bollato” come uno sfaticato. Credo che ciascuno debba sempre mettersi in discussione. Sono deluso da chi dovrebbe guidarci, dagli adulti, e dal fatto che la scuola sia ormai diventata un luogo in cui si trasmettono solo nozioni. C’è molto su cui riflettere».
«Esiste una competizione sana, tra pari che si stimano a vicenda. La trovi nello sport, ad esempio. Io gioco a rugby da molti anni e durante gli allenamenti la competizione è presente, ma può essere fruttuosa. A scuola, invece, vedevo un tipo di competizione che in qualche modo tendeva a isolare le persone, a farle sentire sole più che a sostenerle.
Agli obiettivi si dovrebbe arrivare insieme. Invece, in questi anni, mi è sembrato che i miei compagni venissero ridotti ai loro voti, e che quei voti diventassero un pretesto, per chi andava meglio, per sentirsi superiore e screditare gli altri.
Se questo accade, è perché il sistema ci spinge in quella direzione. È ciò che ci viene insegnato».
Filippo Mantelli – psicologo psicoterapeuta formatore












